Il segreto della felicità. Quando pensare positivo non basta

Qual è il segreto della felicità? Gli uomini se lo chiedono da sempre ma la risposta definitiva sembra non essere ancora arrivata. Eppure, in questi ultimi decenni si è sviluppata preponderante una corrente che ha invaso librerie e talk show: il potere del pensiero positivo. Imparare a vedere il bicchiere mezzo pieno, proiettarsi mentalmente nella persona che si vorrebbe diventare, prestare attenzione solo al lato più piacevole della nostra vita e aspettarsi che le cose vadano come vorremmo. Questi sono alcuni degli insegnamenti custoditi in vari libri di crescita personale e auto aiuto.

Il ragionamento sembrerebbe non fare una piega: come fa un pessimista, che non ha fiducia in se stesso e nel mondo, a superare ostacoli e difficoltà per realizzare i propri desideri?

Le voci che si discordano dal pensiero positivo, però, esistono. Forse la più nota è quella della psicologa tedesca Gabriele Oettingen. Dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti, colpita dall’ossessione del “sogno americano” e del pensare positivo, con piglio tutto teutonico la Oettingen cominciò ad analizzare gli effetti di questa teoria con metodo scientifico.

Nel suo esperimento più famoso, del 1988, prese in considerazione un gruppo di neolaureati in cerca di occupazione e li ha intervistò per capire quanto fossero inclini ad avere aspettative positive sul loro futuro. Due anni più tardi, scoprì che i più ottimisti avevano raccolto risultati peggiori.

Secondo la psicologa, le fantasie e le visualizzazioni avevano ottenuto l’effetto opposto perché chi evita i problemi si rilassa e perde la motivazione necessaria a raggiungere i propri obiettivi.

La sua teoria del “contrasto mentale”, quindi, invita tutti a restare con i piedi per terra, avere obiettivi chiari e valutare ogni aspetto delle situazioni, in modo da poter anticipare, prevedere e pianificare il superamento degli ostacoli che si incontreranno mentre si prova a raggiungere i propri obiettivi.

Dal mio punto di vista, entrambe le posizioni hanno degli insegnamenti da darci. Pensare positivo può certamente essere un valore aggiunto alla nostra vita, ma questo non è sufficiente se poi non viene supportato dall’azione. Servono sforzi concreti per creare le condizioni a noi più adatte, non bisogna farsi spaventare dagli imprevisti ma, anzi, è necessario tenerli in considerazione in ogni previsione e prepararsi ad affrontarli.

E, soprattutto, è bene essere pronti ad accettare ciò che non è possibile cambiare in nessun modo, mettendosi sempre nella condizione di sapersi adattare alle condizioni, quando queste cambiano.

Le vecchie abitudini

Perché i buoni propositi per l’anno nuovo svaniscono sempre il primo gennaio? Mi iscriverò in palestra, smetterò di fumare, lavorerò meno, seguirò una dieta: sono tutti cambiamenti che potrebbero migliorare il nostro stile di vita se solo avessimo la forza di metterli in atto, ma spesso questa determinazione manca. Come mai? Le vecchie abitudini, per quanto nocive, risultano rassicuranti e spesso non siamo abbastanza determinati per modificarle. Non solo: avere fiducia in sé, essere convinti di riuscire nell’obbiettivo che ci si è posto, è un altro ingrediente essenziale per produrre una modifica negli stili di vita.

Ci sono alcuni accorgimenti che si possono adottare se davvero si è intenzionati a mantenere i buoni propositi. Innanzitutto è bene programmare un percorso che abbia obbiettivi chiari e raggiungibili. Bisogna sapere dove si vuole arrivare ed è bene fare i conti con le proprie possibilità. Porsi mete irraggiungibili non ha altro risultato che aumentare il senso di frustrazione in caso di fallimento. Quanto più si riesce a segmentare l’obiettivo in micro-obiettivi, piccoli passaggi intermedi facilmente realizzabili, tanto più si alzano le possibilità di successo.

È utile anche auto-immaginarsi nel momento in cui si raggiunge ciò che ci si è preposto, perché aumenta la fiducia in sé e nelle proprie possibilità. Non bisogna, però, pensare di poter fare tutto da soli. Il sostegno di amici e parenti, che siano stati informati della decisione che abbiamo preso, può essere determinante soprattutto nei momenti di sconforto.

Bisogna quindi valutare attentamente tutte le insidie lungo il cammino. Riflettere su quali situazioni potrebbero “indurre in tentazione”, analizzare bene quali sono le proprie abitudini che si vogliono cambiare, in modo da essere preparati la prossima volta che ci troveremo in una determinata situazione e sapere come fronteggiarla.

Infine, è importante non colpevolizzarsi. Se un tentativo non dovesse andare a buon fine non bisogna scoraggiarsi, ma riflettere con serenità su quali sono stati i motivi di impedimento per essere più preparati appena decideremo di riprovarci.

Il male dentro

Le cronache di questi giorni preoccupano fortemente perché riportano due crimini agghiaccianti: l’omicidio di un ventenne consumato nella piazza di un paese in provincia di Frosinone; e il delitto di un padre che a Trento uccide i due figlioletti di 2 e 4 anni a martellate, forse perché sopraffatto da problemi finanziari dei quali aveva tenuto all’oscuro la moglie. Pur avendo modalità e motivazioni molto diverse, entrambi gli episodi ci spingono a riflettere sul male dentro e fuori di noi.

È molto difficile cercare di accettare che esistano individui così crudeli o sentimentalmente deprivati da partecipare al massacro di un ventenne inerme, eccitati dalla violenza e probabilmente dalla sensazione di onnipotenza che solo menti criminali possono provare nel presenziare all’efferata uccisione di una persona. Perché non si interviene per fermare un massacro che dura un quarto d’ora nel centro storico di un paesino, in mezzo a numerose persone che assistono al violentissimo pestaggio senza che nessuno dei presenti si preoccupi di chiamare le forze dell’ordine o soccorsi che possano salvare la vita del giovane malcapitato?

Allo stesso modo, per quale motivo un padre arriva al punto di eliminare i due figlioletti uccidendoli a colpi di martello prima di porre fine alla sua vita gettandosi in un burrone senza che nessun familiare si sia reso conto del malessere che cresceva nella mente dell’uomo rendendolo così privo di speranza da dover scegliere una soluzione estrema per sé, per i figlioletti e per tutti gli altri membri di quella sfortunata famiglia?
Quel giorno tutti avrebbero scoperto che il progetto di acquistare un lussuoso appartamento per la famiglia non sarebbe potuto andare in porto perché l’uomo aveva delle difficoltà economiche che aveva voluto tenere nascoste anche alla moglie. Il crollo dell’immagine di sé che aveva voluto dare al mondo è un motivo sufficiente per sentire andare in frantumi anche il senso stesso della propria vita?
Ormai le indagini stanno facendo il loro corso e pare siano stati trovati i protagonisti del pestaggio per il primo delitto e alcune possibili motivazioni per il secondo.

Trovare delle spiegazioni a avvenimenti così angoscianti e crudeli come quelli appena avvenuti fa parte dei bisogni degli uomini che, per sentirsi tranquilli, hanno bisogno di giustificazioni e di motivazioni.
È sicuramente necessario riflettere, come invitano a fare gli esperti, sulla frequenza con cui si realizzano risse fuori, ad esempio, dai luoghi della socialità e su quanto l’uso sconsiderato fra i giovani di sostanze che alterano la percezione possa essere responsabile dello scatenarsi della folle violenza che ha fatto avvenire il pestaggio mortale.
La seconda situazione spinge a chiedersi se la stanchezza, la depressione, la ipotizzata mancanza di una rete relazionale supportiva a cui chiedere aiuto nell’attuale momento di difficoltà possano essere aspetti fondamentali che abbiano favorito lo sconfinamento del padre che si è reso responsabile di quel folle gesto.

Consapevole che ogni interazione umana ha in sé anche degli aspetti dannosi, penso che passato il momento dell’indignazione, dello sgomento, della paura, della rabbia occorra poi pensare a come sia possibile promuovere adeguati programmi di prevenzione, aiutando le persone a sentirsi meno sole, più ascoltate e più protette, potenziando quel lavoro in rete che permette di imparare a riconoscere l’altro come persona e non come strumento.

Il fattore terzo uomo

L’esploratore britannico Frank Smythe (1900-1949) fu uno dei primi a cercare di scalare il monte Everest, riuscendo ad aprire una via nel 1930. Durante l’ascensione uno alla volta i compagni che erano con lui abbandonarono l’impresa e rientrarono al campo base. Rimasto solo, allo stremo delle forze, cominciò a percepire la presenza di un compagno, invisibile, che proseguiva la strada al suo fianco. Quella figura lo incoraggiava, lo incitava a non darsi per vinto, ed era talmente reale che Smythe divise una galletta in due parti per offrirla, prima di rendersi conto che attorno a lui non c’era nessuno.

Prima e dopo Smythe, episodi simili sono stati testimoniati anche da altri. Non solo alpinisti, ma esploratori polari, naufraghi, prigionieri di guerra, aviatori e, più recentemente, un sopravvissuto agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Si è iniziato così a parlare di “Fattore terzo uomo”, per riferirsi a persone che, in situazioni di estremo pericolo e di forte stress, hanno vissuto l’esperienza di essere in compagnia di qualcuno, riportando di aver trovato sostegno in una presenza sconosciuta che li incitava a non mollare.

Non è ancora stata individuata una spiegazione scientifica convincente che giustifichi questo fenomeno, anche se in molti sono convinti si tratti di uno stratagemma del cervello che, in situazioni di forte pericolo, si “difende” immaginando di non essere solo, di trovare forza ed energia da una presenza esterna. La differenza fra il “fattore terzo uomo” e le più note allucinazioni provate da chi è allo stremo delle forze è data dal fatto che chi ha provato la prima sensazione ha sostenuto di averne tratto beneficio.

Questo affascinante e curioso fenomeno è solo uno fra i moltissimi meccanismi del nostro cervello ancora oggetto di studio, e contribuisce a darci la misura di quanto la mente umana sia un sistema complesso e ancora tutto da esplorare.

Che colore è oggi? La sinestesia e le percezioni sensoriali

Che sapore ha la parola “prato”? Di che colore è il numero 21? Sono domande alle quali potrebbe rispondere solo il 3% circa della popolazione, ovvero le persone interessate da “sinestesia”, uno dei fenomeni percettivi più affascinanti al quale però le neuroscienze non sono ancora riuscite a trovare una spiegazione.

Normalmente, per rispondere a un determinato stimolo il nostro cervello attiva una specifica area, così se passiamo un dito su una superficie ruvida avremo un’esperienza legata al tatto. Un sinesteta invece unisce in un’unica sfera sensoriale la percezione di sensi distinti che interagiscono e si sovrappongono l’un l’altro. Sfiorando ad esempio quella stessa superficie ruvida al sinesteta sembrerà di coglierne anche il suono; leggendo una parola ne sentirà anche il sapore, ogni giorno della settimana avrà associato un colore, oppure l’odore e i numeri del calendario assumeranno per lui precise forme geometriche. Un altro elemento ricorrente è “il tocco a specchio”: la sinestesia permette di vedere una persona che viene toccata e provare la sua stessa sensazione, nello stesso punto del corpo pur senza essere a propria volta toccati.

L’origine di questo fenomeno non è ancora stata chiarita: alcuni autori sostengono si tratti di un fattore genetico, altri sono convinti sia conseguenza di particolari esperienze ambientali. Di certo, sappiamo che la sinestesia è spesso associata a ottime capacità mnemoniche e creative. Nella sua autobiografia Vladimir Nabokov, l’autore di Lolita, descrive i colori di ciascuna lettera, ed è abbastanza comune che i musicisti ( Mozart, Duke Ellington, Tori Amos, solo per citare alcuni nomi) associno suoni a colori. Il sinesteta non può essere confuso con una persona che ha delle allucinazioni,in quanto le risposte sensoriali nel soggetto sinesteta sono ripetibili e prevedibili.
Attualmente gli studi sull’incremento cognitivo generato da programmi di allenamento per sviluppare esperienze sinestesiche stanno orientandosi anche verso la possibilità di verificare se gli stessi possano produrre allenamenti adattabili a supportare alcuni gruppi di pazienti con determinati deficit cognitivi.

Una risata al giorno

A tutti noi è capitato almeno una volta di rimanere vittime di una risata contagiosa. È una sensazione pervasiva, persino piacevole, alla quale non ci si riesce a sottrarre facilmente.
Sappiamo ormai da tempo che l’uomo ha la tendenza a ripetere gli stati d’animo di chi gli sta accanto. I neuroni specchio ci permettono di osservare le azioni degli altri e imitarle. Questi atteggiamenti svolgono un ruolo essenziale nella socializzazione, perché ci permettono di rafforzare i vincoli con gli altri.

Lo stesso meccanismo, a livello cerebrale, vale anche per la risata. Quando vediamo qualcuno che ride, il nostro cervello istintivamente lo imita. La risata dunque sarebbe “contagiosa” perché ha lo scopo di creare legami positivi fra le persone.
Il sorriso è infatti un importante facilitatore dei rapporti sociali. È più semplice venire accettati se si è in grado di usare l’ironia, poiché quest’ultima riesce ad attenuare le gerarchie e a veicolare un messaggio di complicità e non ostilità. Le risate possono favorire ulteriormente i rapporti, sciogliendo le eventuali tensioni, diminuendo l’ostilità, accentuando la complicità, il senso di condivisione e la serenità degli individui.

Ridere, però, provoca prima di ogni altra cosa una serie di effetti fisiologici particolarmente benefici per il nostro corpo. Ad esempio, favorisce la circolazione e l’ossigenazione del sangue, permettendo ai tessuti di rigenerarsi. Allo stesso tempo stimola la produzione di endorfine,neurotrasmettitori che influiscono a loro volta sul sistema cardiovascolare.
Questi ed altri effetti benefici sono stati studiati e valorizzati anche a livello ospedaliero. Non è un caso se, negli ultimi decenni, abbia trovato sempre maggiore spazio la clown-terapia, la terapia del sorriso mirata a indurre nei pazienti, attraverso l’uso della comicità, l’abbassamento della percezione del dolore e la diminuzione dello stress.

Ma perché ridiamo? La scienza, in questo caso, non ha una risposta univoca, ed esistono teorie anche contrastanti. Una ricerca di Alastair Clarke, teorico evoluzionista inglese, individuerebbe però otto motivi per i quali si ride, in ogni parte del mondo, indipendentemente dal grado culturale, di civilizzazione o dai gusti personali.

1. La ripetizione ossessiva, ovvero il classico “tormentone”.
2. La qualificazione, ovvero pronunciare in maniera insolita un termine comune (come succede a chi parla in italiano con un accento straniero).
3. La ricontestualizzazione qualitativa, ovvero quando un elemento noto ci viene presentato in maniera stravolta (il nuovo e buffo taglio di capelli di una persona che siamo abituati a vedere con un’altra acconciatura);
4. L’applicazione, ovvero il comune doppio senso;
5. La fine, quando è l’ascoltatore a dover completare con la propria immaginazione una frase o uno scenario;
6. La divisione, ovvero quando una situazione viene interrotta e ripresa da più persone;
7. L’opposizione, ovvero ciò che riconosciamo come ironia e sarcasmo;
8. La scala, ovvero quando qualcosa viene riproposto in dimensione completamente diversa.

Secondo Clarke, dunque, il cervello si attiva per riconoscere questi schemi e, quando li trova, si ricompensa con una risata. Spesso le risate sono il frutto delle combinazioni di due o più schemi, ed è per questo motivo che non c’è limite alle possibili combinazioni che possono suscitare in noi un moto d’ilarità.

L’ortoressia e “l’integralismo alimentare”

Qualche sera fa mi sono imbattuta in una divertente scenetta di Maurizio Crozza che interpretava il personaggio di Germidi Soia, chef vegano del ristorante “Satùt-de-Cartòn”. Il comico genovese estremizzava in chiave comica l’attenzione per la cucina vegana, ayurvedica e crudista, ma è innegabile che in questi anni si stia fortunatamente cercando una diversa consapevolezza legata al cibo e al modo che abbiamo di nutrirci. Come tutte le nuove tendenze, anche quella dell’alimentazione sana si porta dietro una scia di domande alle quali nutrizionisti e medici stanno cercando di rispondere.

Esistono però anche delle implicazioni psicologiche, e nel 1997 Steven Bratman coniò un termine per indicare la ricerca ossessiva di alimenti sani: ortoressia. L’attenzione esagerata per la selezione del cibo, il preferire sempre la salute al gusto e sentirsi in colpa se non si segue la dieta autoimposta; ma anche il sentirsi bene solo se si mangia nel modo ritenuto corretto e impiegare eccessivo tempo nella pianificazione e preparazione dei pasti sono fattori che portano a considerare l’ortoressia come una nuova dipendenza a carattere ossessivo-compulsivo. Ovvero, una problematica legata all’ansia non gestibile e a comportamenti altrettanto involontari. Esattamente come l’anoressia e la bulimia, con la differenza che il pensiero è rivolto alla qualità del cibo ingerito, e non solo alla quantità.

Le persone con queste tendenze alimentari dimostrano spesso di essere affette da problemi di ipocondria, e di cercare spasmodicamente un corpo forte che resista a contaminazioni, malattie e anche allo scorrere del tempo. In molti casi queste fissazioni nascono da una lettura parziale della realtà, così come ci viene restituita dai media che ci hanno parlato, nel tempo, di mucca pazza, aviaria, e salumi cancerogeni, portandoci a sovrastimare alcuni pericoli.

Attenzione: stiamo parlando di una patologia, che deve essere distinta dalla semplice ricerca dei cibi sani. Si tratta di un vero “integralismo alimentare” che può compromettere altri aspetti della vita, come le relazioni sociali, l’equilibrio fisico e psicologico.

L’ortoressia può portare a un isolamento sociale: non è facile partecipare a occasioni mondane – in Italia, soprattutto, spesso basate sul cibo – con chi non condivide le stesse abitudini alimentari. Pensiamo che per un ortoressico, ad esempio, anche semplicemente prendere un caffè può diventare un problema.

Sul versante più intimo e personale, invece, le persone affette da ortoressia praticano una rigida osservazione di regole autoimposte, e possono vivere un senso anche profondo di malessere per qualsiasi eccezione. Controllare l’alimentazione può diventare un modo per illudersi di avere il controllo su se stessi,una modalità disfunzionale per cercare di abbassare l’ansia e migliorare l’umore, ecco perché anche mangiare una patatina può avere ripercussioni e turbamenti più profondi.

L’ortoressia, fatta rientrare nel DSM 5 nel “Disturbo evitante/ restrittivo dell’assunzione di cibo”, una volta diagnosticata da uno specialista, può essere trattata preferibilmente con approcci integrati che comportino i contributi di psicoterapeuti, medici e dietisti.